ADLUJE'

Anna Maria Farabbi, Il ponte del Sale - Rovigo 2003

   

 

 

 

 

 Un testo

 

 

  

       Adlujè  è una parola dialettale usata dai contadini della zona tra Umbertide e Gubbio, nella provincia di Perugia, per indicare quando la gente andava a caccia di frodo: innalzavano nell’aia una grande rete e la coprivano di vegetazione con fogliame, erbe, piccoli legni;vi si appostavano dietro, nascondendosi; all’improvviso rompevano la notte accendendo lumi, sbattendo ossessivamente mani barattoli legni. Affluivano uccellini a stormi, attratti impauriti assordati abbagliati: sgolandosi. I contadini sapevano che era proibito dalla legge cacciare uccelli piccoli, ma quella carneficina saziava la loro fame. Almeno per un paio di giorni.Ciò che era necessario per la loro povertà.” 

(A. M. Farabbi)

Nata a Perugia il 22 Luglio 1959, Anna Maria Farabbi vive e lavora nel capoluogo umbro. Ha collaborato a vario titolo con numerose riviste (tra le quali “Leggere Donna”, “Noi Donne” e “Legendaria”) e ha diretto in prima persona il foglio letterario “Lo Spartivento” di Bologna. La sua padronanza della lingua inglese le ha consentito, oltre all’attività di traduzione, di fungere quale referente italiana per la rivista africana “Sister Namibia”. Suoi racconti, saggi e poesie hanno visto la luce su “Atelier”, “Poesia” e “La Clessidra”. Numerosi e di sicuro prestigio i riconoscimenti e i premi letterari che può vantare. Ha pubblicato i seguenti volumi di prose e versi: Fioritura notturna del tuorlo, Pescara, Tracce, 1996; Firmo con una gettata d’inchiostro sulla parete, Scheiwiller, Milano, 1996; Nudità della solitudine regale. Marginalia, Zane Editrice, Lecce, 2000; Il segno della femmina, Lietocollelibri, Como, 2000; La tua presenza, Lietocollelibri, Como, 2002. Ha all’attivo, inoltre, alcune pubblicazioni di critica letteraria e di critica d’arte.

 

Vengono di seguito riportati i testi elaborati in occasione delle presentazioni dei libri.

                                                                                                       * * *

Adlujè di Anna Maria Farabbi: un fuoco “preistorico” – quello sacrificale di un auto da fé – tradotto in canto e in “battito”  

Alcune essenziali osservazioni su Adlujè, nel solco di quanto già anticipava Munaro. Si tratta del libro che inaugura la scommessa della nostra collana “La porta delle lingue”, una collana che nasce caratterizzata da un intrinseco legame ombelicale biunivoco fra il volume in oggetto e quello che lo seguirà a breve termine, Ionio e altri mari di  Marco Munaro. Il nesso, che è molto stretto, fra autori e opere si può riassumere così: due libri che hanno assunto quale veste la forma/poema, il poema del mare/dei mari nel caso di Ionio, il poema della terra, del mare come assenza, lontananza e nostalgia nel caso di Adlujè; ancora, due opere che alternano alla lirica la prosa, in un intreccio strettissimo e che guardano, pur se da prospettive e con finalità diverse, al grande modello di Omero e della sua Odissea. Due libri importanti e che vengono da lontano, due libri difficili, due libri forti. Ma entriamo in Adlujè. La sua specificità – se è legittimo operare tale semplificazione – è il dialetto, in quella variante dell’umbro che è parlata a Montelovesco. E Montelovesco dista anni luce da Perugia, la stessa distanza che corre tra la poesia della Farabbi e quella di tanti/troppi poeti contemporanei. A chi assomiglia la sua poesia? A nessuno, ma se proprio volessimo fare dei nomi potremmo dire la cesenate Mariangela Gualtieri ed Ida Vallerugo, friulana di Meduno: la prima per la ragione che è la Farabbi stessa a considerarla «strettissima sorella», la seconda perché ha in comune con lei un’accesa sensualità ed il feeling con l’eresia, quell’eresia incoercibile e insofferente d’ogni costrizione che ha nome poesia. Eresia, carnalità ed erotismo sono le cifre distintive di Adlujè, un’eresia e un erotismo che s’incarnano in una strega “analfabeta” esperta “del fiato dei lupi”. È l’eresia dei cinque sensi e del corpo, un corpo “sporgente” direbbe Priano, un corpo crocifisso, invece, con Artaud e Pasolini. Ma Anna ha nel sangue anche altri poeti: due su tutti, oltre agli insuperati maestri Omero e Dante (Omero: in quella Penelope/strega che tesse pazientemente la propria tela; Dante: nell’episodio della danza sotto la quercia: Cfr. A. M. F., UNA DONNA IN MEZZO ALLA FORESTA. Confessioni erotiche di un’eretica, in Adlujè, p. 15; Dante, Purgatorio, V, vv. 104-105): Sandro Penna ed Andrea Zanzotto ai quali sono espressamente dedicate due liriche della presente raccolta. Se la dedica al primo riesce più comprensibile visto che anche Penna era nato a Perugia, senza dire della sua eresia rispetto ad ogni ortodossia erotica, meno scontata appare la seconda. La chiave nell’ultimo verso e nella nota in calce: «brillano gli schizzi salini del tsunami». “Tsunami”, apprendiamo dal dizionario, vale “Onda sul porto”, onda di maremoto. Tale, infatti, deve essere l’impatto che la Farabbi ha avuto con la poesia del trevigiano: un maremoto che travolge e spazza via tutto. Eppure non è la forza dirompente dell’oceano a magnetizzare l’attenzione del poeta, è piuttosto un piccolo dettaglio, un semplice “schizzo”, ma “salino”. E con il sale, la “voce” di un maestro che sa il respiro del mare, i profondi abissi dell’io e la potenza della natura. Un’ultima nota, prima di cedere la parola all’autrice, la sola che abbia titolo a parlare della propria opera, almeno in questa sede: l’insistenza, per l’intera estensione del libro, sul tema dell’eros nelle sue molteplici e controverse varianti potrebbe sembrare eccessiva, stonata, perfino gratuitamente provocatoria. Non è così. Lo scandalo c’è ma è quello – con Pasolini – del contraddirsi, «dell’essere / con te e contro te» fino alle viscere. Niente di più scandaloso – è la cattiva eredità cristiana – che la discesa negli abissi dei sensi e la risalita fino agli archetipi della preistoria, percorso che la Farabbi ha fatto proprio per intero, non unicamente in questo libro, riportandone una sapienza che ustiona e inquieta ma non può lasciare indifferenti.  

Si potrebbe continuare per ore nelle nostre osservazioni (le valenze alchemiche, orfiche, ctonie, perfino ascetiche, per quanto paradossale possa sembrare) ma non avrebbe molto senso. L’unica cosa “sensata”, per ogni lettore, è l’approccio senza mediazioni al testo, l’immersione amniotica (liquida) nei suoi nervi, nel suo sangue affidandosi quale guida, piuttosto che ai critici, al linguaggio del corpo che è lo stesso per tutti e che Anna sa declinare come pochi.

Maurizio Casagrande 

In occasione della presentazione del 13 Settembre 2003, Villa Alessi di Faedo

* * *

Estratti di  intervista da un libro di prossima pubblicazione:

Adlujè è voce dialettale: quale rapporto mantieni col dialetto, in poesia e nella vita? Forse rappresenta un’ulteriore risposta al richiamo del sangue, lo stesso che apparteneva alle lontane e bellicose popolazioni italiche gravitanti nell’area dell’Italia centrale anteriormente alla colonizzazione romana? E  tra lingua e dialetto, visto che non hai esitato – come Priano o Cappello – a servirti, in poesia, di entrambi i codici?

Parlo il dialetto quando mi viene alla bocca. Spesso. Tutte le poesie che ho scritto in dialetto le ho pensate in dialetto. Le ho vissute in dialetto. Non mi sono imposta una forma linguistica o l’altra. È stata una necessità. Una naturalezza del vivere.

Con la lingua, invece?

Impegnarmi, immergermi nella conoscenza della lingua è per me un fatto interiore assoluto, costante. Per "conoscenza della lingua" significo: entrare dentro la propria identità in un cammino interiore di veglia, suscitando la resurrezione di paesaggi esistenziali eventi filamenti tracce sommerse o quasi, accogliendoli amorevolmente e al tempo stesso farne concime per il presente e oltre. Significa porre sul proprio altissimo palmo lo splendore e la potenza ancestrale della trasmissione orale, anche e soprattutto, oltre ogni misura e ordine alfabetico - e quindi al di là del verbale. Significa imparare ad agire sulla lingua, intesa come muscolo del nostro organismo. Educarsi a trattenerla nel tacere, nel dire intenso e preciso, nella sua sensibilizzazione estrema al passaggio dell'aria e del proprio fiato elaborato, nella partecipazione più intima con l'altro durante il bacio.

[...]

I temi, lo stile, l’impianto narrativo diviso in lasse, la scrittura visionaria nelle forme di una prosa lirica, i riferimenti interni impliciti od espliciti ad Adlujè (la “confessione” del cacciatore di frodo Ignazio Piussi, p. 48), il procedere per frammenti lirici che avvampano in folgoranti illuminazioni in una forma che si mantiene diaristica, tutto in questo libro (Nudità della solitudine regale) mi ricorda un’opera di Munaro per molti versi analoga, edita soltanto per brani estrapolati dall’originario contesto: IONIO e altri mari. Ti sembreranno esagerate queste mie insistenze, ma le prossimità sono davvero forti tra voi.

Non conosco IONIO e altri mari. Non mi stupisce una nostra vicinanza forte di scrittura in una reciprocità di attraversamenti tematici esistenziali. Oltre la sua opera porgo un inchino profondo per la sua persona. Serissimo onesto discreto sensibilissimo preciso coerente.

[...]

La valenza materica e panica della tua poesia, meglio, della tua scrittura, non sembra comportare un rifiuto della cultura – intendendo il termine in senso lato, ossia antropologico ed archetipico – e delle sue stratificazioni, senza peraltro escludere la possibilità di sensi di colpa imputabili a tale retaggio. Piuttosto, la tua produzione si sostanzia, senza darlo a vedere, di un fitto intreccio di riferimenti e rimandi. Questo tuttavia non ti impediva di affermare quanto segue, in una delle tue ultime pubblicazioni: «ad ogni passo mi allontano da casa. Dal mio bisogno della comunicazione e dall’espressione attraverso l’alfabeto. Non riconosco la scrittura come migliore strumento» (II. Parole del Maestro. Partenza, in Nudità della solitudine regale, p. 31). 

Non avverti una contraddizione fra queste opposte pulsioni, quella cioè orientata al corpo e alla fisicità e l’altra più schiettamente votata alla dimensione intellettuale ed estetica? E come si concilia il rifiuto della scrittura, formulato nell’atto stesso in cui la attraversi? È forse interpretabile tale posizione quale una tangenza alla mistica del silenzio?

 Ascolta: stai entrando nella grande biblioteca sotterranea dentro cui la luce illumina in un taglio esatto le lettere di tutti gli alfabeti del mondo, una ad una (quando la pagina è aperta e respira).  Sei dentro una spirale abissale in cui ogni curva è colma di libri. E ogni libro saturo di impronte digitali dell’autore o dell’autrice. E dei lettori. Ogni libro ha in sé un’orografia percettibile solo al tatto dei ciechi. E noi, io e te, siamo ciechi: non vediamo non leggiamo i libri ma li sentiamo li attraversiamo li inaliamo.

Il nano ci porta la scala e la candela. E noi stessi diventiamo lentamente cartacei scrittura in cui nell’inchiostro si naviga, coagula et solve. Ma c’è un oltre.

Ma c’è un oltre non verbale. Il mio petto lo sa. Il mio ventre. La mia gamba. Il palmo della mia mano. La lingua stessa. L’inguine. Un fare un vivere. Un linguaggio oltre il libro. Una dimensione grande in cui cade la retorica del silenzio. Il silenzio non esiste: è un’invenzione letteraria di noi udenti. Si sente non solo con le orecchie ma con l’organismo intero: con le cellule accese, vivissime. Gli amanti lo sanno anche se dopo l’innamoramento spesso se ne dimenticano.

Spesso quando si percorre la spirale letteraria si vive la fronte e si finisce col perdere l’oltre. Il resto del corpo e della vita grande. In Sulla via dell’inchiostro ed oltre 2002 – inedito – approfondisco  questo discorso.

A qualcosa di simile, d’altra parte, indurrebbero a pensare anche gli appunti del Maestro nella VII lassa di Nudità della solitudine regale alla sezione intitolata Il Maestro e il poema di pagina 39: «Cancello con midolla di pane per l’ennesima volta. Bisogna che stia più attento a scrivere. Che impari ad essere lento… affinché veda prima di scrivere». Ma, per converso, tali parole implicano una concezione altissima della scrittura. Questo conflitto irrisolto, Anna Maria, mi risulta affine alla posizione espressa da Platone sulla scrittura nella Lettera VII.

Si. C'è un punto di disciplina in cui la scrittura necessita di essere taciuta perché è diventata brava ma ovvia. Occorre la rinuncia e la scelta di un'onestà interiore estrema, approfondita. Ma per me non c'è conflitto. Il conflitto irrisolto dà disperazione, filia una scrittura a tutti i costi. Che non mi interessa. Il mio andare ha un altro oriente. La scrittura viene dopo, se mai viene. Prima e assoluta la crescita della mia interiorità.

[...]

Intervista realizzata e gentilmente concessa da Maurizio Casagrande