Contar de lo nobile Puc Puc e de lo sojo nobilissimo cabajo Cup Cup
Contar è
opera che fa dell’erranza e dell’errore un paradigma e un programma
in itinere. Erranti sono infatti i protagonisti – l’hidalgo Puc e il
suo cavallo Cup – ma erratica appare anche la trama di questo poema in
prosa e quanto mai mobile risulta pure la lingua, sia per la ragione che
si tratta di una lingua d’invenzione – il "pavanpucchiano",
appunto – ottenuta mescidando sapientemente parlate settentrionali col
latino, l’italiano, il greco, il francese, lo spagnolo, perfino il
giapponese, le incisioni votive preistoriche (p. 152), senza parlare dei
dialetti (dal siculo al molarese, una variante del piemontese: dunque
una lingua priva di rigidità grammaticali o sintattiche, come lo stesso
autore rivendica con forza nelle pagine della sezione Ciclo de li
amanti de la Glotta, cfr. pp. 180 e ss.), sia per il fatto che
l’autore si perita di formulare un linguaggio specifico per ogni
specie vivente (animale, vegetale, minerale e hinahomohanico, ossia
degli uomini arcaici), sia soprattutto per l’effettiva plasticità e
mutevolezza – ascrivibile, a dire dell’autore, anche alla natura dei
luoghi attraversati dai personaggi, con gli influssi che ne
deriverebbero alle loro favelle – che il linguaggio testimonia da una
sezione all’altra del testo e, talvolta, all’interno della medesima
pagina.
Più che parlare di un romanzo, visto che una trama
unitaria non è agevole ricostruirla, si dovrebbe pensare ai poemi
cavallereschi, in particolare al Baldus del Folengo, al Morgante
del Pulci e al Don Chisciotte di Cervantes, senza dimenticare
il Gargantua e Pantagruele di Rabelais. Se tali appaiono i
modelli più diretti non vanno però trascurate le aperture al romanzo
di formazione sette/ottocentesco (il viaggio di Puc, infatti, è anche
un viaggio di formazione e di iniziazione) e alla produzione dei
philosophes, alla trattatistica del 500/600 (presenza evidente
soprattutto nell’ultima sezione, pur se in chiave parodica), alla
letteratura medievale (bestiari, lapidari, summae, ecc.), al gusto
barocco e all’Arcadia, alla letteratura di viaggio (e un viaggio era
anche quello descritto nel poema di Munaro Ionio e altri mari,
nella medesima collana), ai classici del Trecento (Dante e Boccaccio),
alla tradizione ermetica e alchemica (si vedano le considerazioni sulla
vocale "o" alle pp. 199-200), agli intrecci fra musica e
letteratura (nella fisica dei suoni e delle percussioni, ad esempio, che
chiamano direttamente in causa il corpo, come nella poetica della
Farabbi), ai classici del pensiero greco, ai maestri della retorica
latina, ai Poemi Omerici, alle Teogonie, fino ai miti delle origini
propri di varie civiltà e ai grandi cicli mitofilosofici della
tradizione indiana. Dunque un libro, meglio, un poema che sotto ad
apparenze dimesse nasconde una grande ricchezza, anche di letture e
cultura, e una straordinaria capacità mimetica, soprattutto in pagine
quali i tre capitoletti sugli enigmi della "Valle scota" (pp.
129-139), nei quali stile, sintassi e perfino il lessico sembrano usciti
direttamente dalla penna di Boccaccio.
Maurizio Casagrande (Redazione Il Ponte del
Sale) in occasione della presentazione del volume a Este