1)
Lettura “accidentata” del testo manoscritto di pag. 70Ho
dei semi con me, di < Maria basilico > // prezzemolo < e pomodoro
> nel // mio
buio, e tu sei l'acqua // il
sole la terra il giusto letame, // sei
la luce <che li farà germogliare germinare > in cui // sfoceranno
germogliate dal foglio parole cancellate // un'altra
parola tra le erbacce // note
nomi parole tra le erbacce // ancora
altre dalle cancellature // parole
cresciute sul // foglio // tra
le erbacce // delle
cancellature // un
bouquet di // povere
e profumate // umili
e profumate // da
mangiare // gustose
// scritte
e drogate e piccanti // parole
scritte < profumate e piccanti > piccanti e drogate
[Questo è il
testo manoscritto che troverete a p.70 ed è emblema della fatica dello scrivere
e disvelatore della scrittura di Marco Munaro] Scrittura semi, scritturaluce,
scrittura profumi. Soprattutto scrittura luoghi. Scrittura che attraversando
luoghi raccoglie i segni della vita. Pensiamo a che cosa intendiamo con
“luogo”; Marco Munaro stesso, in un bellissimo dialogo in forma di
intervista fatto con Maurizio Casagrande, ci dice che il luogo è uno spazio che
tesse episodi con il refe della memoria. Dove non siamo mai stati, dove per noi
esiste solo un toponimo, quello non è un luogo. La casa, la città dei nostri
studi, i posti toccati in un viaggio, i racconti di posti narrati dagli amici
diventano luoghi. Dal puro piano denotativo si ha uno scarto al grado
connotativo, cioè, semplificando, tutto quanto le parole non dicono, o tacciono
o sono reticenti a dire. E’ appunto uno scarto, cioè non un passaggio
graduale, ma discontinuo, guidato però con dolcezza dalla forma letteraria,
sempre lucida e musicale, quasi chiaroveggente, intendendo quella forma che
oscilla e comprende modi sapienziali (quindi la descrizione dei luoghi
trasfigurata e rivelatrice) e modi introspettivi (cioè evoluzione per mezzo
della scrittura del proprio essere, a seguito di una comprensione degli eventi).
2)
[…] Abito ad Itaca chiara nel sole: in essa
è un monte
che
spicca, il Nèrito frusciante di foglie; intorno sono
molte
isole, vicine tra loro,
Dulìchio
e Same e Zacinto selvosa.
Bassa
nel mare essa giace, ultima
verso
occidente – le altre a parte, verso l'aurora e il sole -,
irta
di sassi, ma brava nutrice di giovani. Non so vedere
altra
cosa più dolce, per uno, della sua terra.
[Odissea IX, 21 – 28 nell'edizione Lorenzo Valla, traduzione di G.A. Privitera]
Veniamo ora a
identificare meglio quali siano i luoghi del testo. Anzitutto sono tre luoghi
anche formalmente distinti: la prima sezione è forse la più tradizionale per
l’impianto formale ma per certi versi la più complessa, perché nasconde una
tensione e un’ansia (un appuntamento mancato, infatti) che solo con enorme
fatica viene stemperata proseguendo.. In questa sezione i luoghi sono deformati,
sono anamorfosi di se stessi, combattuti, luoghi dai quali sono state ricevute
sconfitte, di attese irrisolte e per questo dolorose. Sono luoghi chiusi,
prigioni. Una specie di “Inferno” dell’autore.
3)
[…] Quel triangolo buio e polveroso, tra una
caserma e un collegio è comunque, come una minuscola tromba d'aria o i tifoni
lillipuziani delle dune di sabbia, un aleph sonoro, uditivo, un piccolo (?)
onnidicente/silente paradiso, più ricco – perfino – di quello dantesco o
borgesiano, perché implica la vista (ogni tanto torno a vederlo) ma la supera
infinitamente (cioè leopardianamente).
[Appuntamento
mancato col poema – L'angolo]Nella seconda sezione l’aura cambia e, per
così dire, i luoghi si aprono. A cambiare non è la loro intrinseca solarità
ma l’attitudine del racconto: qui una affabulazione dove prima invece era solo
registrazione. Cambia il respiro del testo che rapisce, trasogna e ci parla
perché ci accomuna in una esperienza, quella del viaggio, o meglio della
vacanza, cioè dell’intermissione, della sosta, del passaggio dal quotidiano
allo straordinario. Ogni riga un rimando, ogni parola uno spiraglio, ogni luogo
un sogno. Ma non è abbandono onirico, è equilibrio tra l’uomo e l’autore.
4)
[…] Dalla finestra: attraverso un digradare di ulivi centenari
affratellati dall'età, le reti e la forma, e da un pertinace ossessivo come la
luce canto i cicale che li avvolge e li penetra, ma come se fosse prodotto da un
organo in grado di percepire i suoi stessi suoni, da un orecchio
sonoro. Le reti che corrono a terra dall'uno all'altro degli alberi,
pronte per la raccolta, li uniscono in linee di geometria piana che i pinnacoli
"solidi" e bucati degli ulivi riproducono verticalmente. In fondo, il
mare, la sua distesa a perdita d'occhio e qualche sassetto di Polifemo che
sporge.
[Ionio
e altri mari – Parga]
Infine quell’ultima parte i cui testi
sembrano poesie. E’ più semplicemente una estrema condensazione dei
testi. Prevale comunque in modo deciso l’aspetto formale rispetto ai
contenuti, è una musica che si spinge alla asemanticità, o forse alla
autosemanticità. Si chiude così, nella poesia, un ciclo ideale che in
parte risolve alcune delle ansie evidenziate inizialmente, ma il nuovo
linguaggio è già maturo e si interroga in maniera sotterranea,
rielaborando e catabolizzando tutto il processo intercorso fino ad ora,
sul proprio a-venire. La scrittura di Munaro forse non sarà più la
stessa.
5)
Un maltèmi buono ti accarezza la faccia,
seduto
tu sulla vera di un pozzo
che
offre al pellegrino acqua
e
quintessenza della luce
e
polvere d'oro della roccia (sale e sabbia);
in
questo anello di ocra verde e blu
da
questa brocca che trabocca
su
questo boomerang di alghe spuma e ombra
scagliato
laggiù…
e
se ti volti, le aste le arelle
nei
quaderni
tremano,
ti riconoscono.
[Il
portico sonoro – Un maltemi buono ti accarezza la pelle]
Il
percorso fino ad ora tracciato è sia letterario sia umano, diacronia e viaggio
per luoghi:
dobbiamo infatti considerare l’estensione temporale in cui quest’opera
è maturata: si parla di anni! E anche la successione delle sezioni è
indicativa: quella centrale è l’ultima in ordine di tempo, quasi ad
anticipare un cogente rinnovamento formale. Riesce semp difficile in questi casi
poter distinguere tra il percorso della scrittura e il percorso dell’uomo, o
si finisce per identificare nel percorso della scrittura il
percorso dell’uomo: la scrittura che salva, la scrittura che trascende,
insomma la scrittura ricettacolo e riscatto delle difficoltà del vivere. Senza
entrare in questa stanza interpretativa, apparecchiata di golosità ma anche di
veleni, facciamo solo una considerazione. Quelle chiavi di lettura prima citate
presuppongono dicotomia tra lo scritto e lo scrivente, che trova un rifugio in
essa. In questo testo di Munaro la scrittura semplicemente accompagna il vivere,
in modo profondo e consustanziale. Accompagna come può accompagnarci una
persona, con un qualcosa in più: è un atto che viene reso pubblico per mezzo
del testo scritto. Nell’assumere la complicità di lettori che sempre i testi
ci chiedono, assecondiamo il flusso dei luoghi,
la dilatazione delle immagini, i circuiti delle suggestioni, e potremo,
forse, ricostruire quel poema di cui il testo ci fornisce i tasselli, ma la cui
legatura è lasciata all’immaginario di chi legge.
6)
Delle ben ferrate navi questo soltanto conosco, ma anche così, io ti
rivelerò la mente dell'Egioco Zeus, perché le Muse mi insegnarono a cantare un
canto infinito. Cinquanta giorni dopo il solstizio, quando giunge alla fine
l'ora della faticosa estate,allora è tempo per i mortali di navigare: la nave
non si infrangerà né il mare inghiottirà gli uomini […] Allora i venti
spirano propizi e il mare è sereno; sicuro allora, fidando nei venti, spingi
nel mare la nave veloce […]
[Esiodo -
Le opere e i giorni vv. da 660 a 670 nell'edizione BUR a cura di Werner
Jaeger, traduzione di Lodovico Magugliani ]
Gabriele Codifava, presentazione di "Ionio e altri
mari"
in Villa Alessi il 18/10/2003